Buyer: LCC, CAM e Scope 3 per acquisti sostenibili aziendali concreti

L'acquirente controlla i materiali sostenibili in arrivo

Acquisti sostenibili significa integrare criteri ambientali, sociali e di governance in ogni decisione d’acquisto aziendale. La prima azione concreta non è scrivere un manifesto ESG, ma tre cose in sequenza: definire una policy interna, nominare un responsabile del programma e mappare la spesa per priorità di impatto. Standard come la ISO 20400, i Criteri ambientali minimi (CAM) e i dati del Barometro degli acquisti sostenibili 2026 offrono i riferimenti operativi per farlo senza improvvisare.


In breve:

  • La mappatura della spesa per priorità di impatto permette di concentrare gli sforzi su categorie di acquisto strategiche, ottimizzando le risorse e ottenendo risultati più rapidi.
  • La raccolta di dati ESG affidabili sui fornitori di primo livello resta una criticità, ma è possibile iniziare con metriche semplici e ampliarle nel tempo, evitando blocchi operativi.
  • Attuare obiettivi misurabili e revisioni periodiche, con KPI chiari, garantisce una reale progressione nel programma di acquisti sostenibili e previene il fallimento delle strategie di green procurement.
  • La formazione continua del team acquisti e il coinvolgimento diretto dei fornitori facilitano l’adozione pratica dei criteri ESG, favorendo miglioramenti concreti e innovazioni condivise.
  • Soluzioni come quelle di Solution Group, che già integrano certificazioni e materiali sostenibili in fase di produzione, semplificano l’attuazione pratica della sostenibilità nei processi di procurement.

Solutiongroup
Porta la sostenibilità negli acquisti
Solution Group personalizza gadget promozionali con materiali eco-compatibili, partner certificati e logistica responsabile.
Scopri Solution Group

Indice

Cosa sono gli acquisti sostenibili aziendali e quali sono i pilastri

Gli acquisti sostenibili aziendali sono il processo con cui un’organizzazione seleziona fornitori, materiali e servizi valutando non solo prezzo e qualità, ma anche impatto ambientale, condizioni di lavoro nella filiera e solidità della governance del fornitore. È una definizione diversa, e più ampia, del semplice “acquisto green”: comprare una penna in plastica riciclata è un acquisto verde, ma costruire un programma che valuta tutti i fornitori strategici su criteri ESG è approvvigionamento sostenibile nel senso pieno del termine.

La differenza conta perché molte aziende italiane confondono i due livelli e si fermano al primo, illudendosi di aver fatto il lavoro.

Il procurement sostenibile si regge su tre pilastri classici, a cui si aggiunge una quarta dimensione economica spesso trascurata:

  • Ambientale: impronta carbonica del prodotto, uso di materiali riciclati o certificati, gestione dei rifiuti di imballaggio.
  • Sociale: condizioni di lavoro nella catena di fornitura, salario equo, rispetto dei diritti umani, partnership Fair Trade dove applicabile.
  • Governance: trasparenza dei fornitori, autocorrezione, tracciabilità delle informazioni lungo la filiera.
  • Costo totale (Life Cycle Costing): il vero costo di un acquisto lungo tutto il ciclo di vita, non solo il prezzo alla consegna.

Applicati a categorie di spesa concrete, questi pilastri diventano criteri tangibili: per la cancelleria aziendale significa preferire carta certificata FSC e fornitori con logistica a basse emissioni; per l’abbigliamento promozionale significa verificare la filiera tessile e le certificazioni sociali dello stabilimento; per i servizi IT significa valutare l’efficienza energetica dei data center scelti dal fornitore.

Standard e riferimenti pratici: ISO 20400, CAM, CSRD/CSDDD e PAN GPP

Chi avvia un programma di acquisti sostenibili aziendali si scontra quasi subito con una sigla dopo l’altra. Vale la pena chiarire cosa fa ciascun riferimento, perché non sono intercambiabili.

La ISO 20400 è una linea guida internazionale, non una norma certificabile: nessun’azienda può ottenere un “bollino ISO 20400” da esibire ai clienti. Il suo valore sta nel fornire un metodo per integrare la sostenibilità nelle politiche di acquisto esistenti, dall’analisi del rischio alla definizione dei criteri di selezione fornitori. Adottarla in pratica significa usarla come checklist di processo durante la revisione della propria policy interna, non come certificazione da appendere al sito.

Standard e riferimenti pratici: ISO 20400, CAM, CSRD/CSDDD e PAN GPP — overview diagram

I Criteri ambientali minimi (CAM) nascono per gli appalti pubblici italiani e sono coordinati dal Piano d’azione per il Green Public Procurement (PAN GPP), che stabilisce requisiti ambientali minimi per categorie di forniture come arredi, tessuti, dispositivi elettronici e servizi di ristorazione collettiva. Anche se il PAN GPP vincola formalmente solo le stazioni appaltanti pubbliche, molte aziende private lo usano come riferimento tecnico perché offre soglie già validate e facilmente trasferibili nei bandi di gara privati. L’Osservatorio Appalti Verdi 2024 documenta come l’applicazione dei CAM abbia già prodotto razionalizzazione della spesa pubblica e migliore accesso a finanziamenti collegati a criteri ambientali.

Sul fronte normativo europeo, la CSRD (direttiva sul reporting di sostenibilità) e la CSDDD (direttiva sulla due diligence di sostenibilità delle imprese) stanno spostando l’attenzione dal semplice acquisto “verde” alla tracciabilità obbligatoria dei rischi ESG lungo tutta la catena di fornitura. Per il procurement, questo significa che i dati sui fornitori non sono più opzionali: diventano materiale di reporting.

Il Barometro degli acquisti sostenibili 2026 di EcoVadis segnala che quasi tutte le aziende hanno già iniziato a integrare dati ESG nei processi di acquisto, ma meno della metà dispone di dati dettagliati sui fornitori di primo livello (Tier 1). Il divario tra intenzione e dato reale è la sfida operativa numero uno del settore.

Perché gli acquisti sostenibili convengono: vantaggi concreti

Il business case per gli acquisti sostenibili aziendali si costruisce su tre leve misurabili, non su buone intenzioni.

La prima è la riduzione del rischio operativo, come descritto in questa pratica guida al Vendor Risk Management. L’approvvigionamento sostenibile riduce l’esposizione alle interruzioni della supply chain: un fornitore valutato anche su solidità sociale e ambientale tende a essere più stabile, meno soggetto a controversie legali, scioperi o sanzioni che bloccano le consegne. Chi ha vissuto una rottura di fornitura per motivi che un audit preventivo avrebbe segnalato conosce bene il costo di questa lacuna.

La seconda leva è economica e passa dal Life Cycle Costing (LCC), un metodo di valutazione che confronta il costo totale di un prodotto o servizio lungo tutto il suo ciclo di vita, non solo il prezzo d’acquisto. Un gadget promozionale più costoso all’origine ma prodotto con materiali durevoli e Packagist ridotto può costare meno nel tempo, considerando smaltimento, resi e reputazione. Il Life Cycle Costing supera l’ottimizzazione basata sul solo prezzo unitario proprio perché rende visibili questi costi nascosti.

La terza leva è reputazione e commerciale: clienti e partner B2B chiedono sempre più spesso prove di impegno ambientale prima di firmare un contratto, e un fornitore in grado di documentare le proprie certificazioni entra più facilmente nelle short list di gara.

I benefici pratici che un responsabile procurement può portare in consiglio di amministrazione sono:

  • Minore esposizione a interruzioni di fornitura e sanzioni contrattuali.
  • Costo totale di possesso più basso su orizzonti di 3-5 anni grazie al LCC.
  • Accesso più facile a gare e clienti che richiedono requisiti ESG documentati.
  • Maggiore capacità di innovazione, perché i fornitori più maturi spesso propongono materiali o processi nuovi prima della concorrenza.

Come avviare un programma di acquisti sostenibili passo dopo passo

Un programma di acquisti sostenibili aziendali che funziona nasce da una sequenza precisa, non da un documento firmato una volta e archiviato. Ecco l’ordine che produce risultati misurabili nei primi dodici mesi.

  1. Definire la policy e nominare un responsabile. La policy deve fissare obiettivi verificabili, non principi generici: percentuale di spesa verso fornitori certificati entro una data, categorie escluse, soglie minime di punteggio ESG per l’ammissione a gara. Senza un responsabile identificato con autorità decisionale, la policy resta un documento che nessuno applica quando arriva la prima urgenza operativa.

  2. Mappare e segmentare la spesa per impatto e rischio. Non tutte le categorie di acquisto pesano uguale. Concentrare l’analisi sulle categorie ad alto impatto invece di analizzare subito l’intera base fornitori evita di disperdere risorse interne limitate e produce risultati visibili più in fretta. Una matrice semplice, spesa annua sull’asse verticale e rischio ESG sull’asse orizzontale, basta per individuare le dieci o venti categorie su cui agire prima.

  3. Integrare criteri ESG proporzionati nelle gare e nei contratti. Qui sta il punto dove molti programmi falliscono: applicare gli stessi requisiti rigorosi a un fornitore di caffè per la sala mensa e a un fornitore di componenti elettronici critici è sproporzionato e ingestibile. I criteri devono essere calibrati sul peso reale della categoria, con clausole contrattuali chiare, punteggi ESG ponderati nello scoring di gara e, dove la categoria lo giustifica, requisiti di Life Cycle Costing al posto del solo prezzo unitario.

  4. Pianificare misurazione, reporting e revisione periodica. Un programma senza cadenza di revisione decade in un anno. Servono KPI espliciti, come la percentuale di spesa verso fornitori valutati o certificati, la copertura dei dati Scope 1/2/3 lungo la filiera e il tasso di completamento dei piani di miglioramento concordati con i fornitori. Una revisione trimestrale, non annuale, permette di correggere la rotta prima che i problemi si accumulino.

Un consiglio: Prima di scrivere qualsiasi criterio ESG in un bando, chiedi al reparto legale e al fornitore incumbent quanto tempo servirebbe realisticamente per adeguarsi. Un criterio troppo ambizioso applicato a fornitori esistenti senza un periodo di transizione produce solo contenziosi e ritardi, non miglioramento reale.

Sul piano della governance interna, molte aziende falliscono perché trattano la sostenibilità come una checklist da spuntare in fase di gara, invece di farla diventare parte del modo in cui il procurement lavora ogni giorno. Il cambiamento di mentalità richiesto al team acquisti conta più di qualsiasi nuovo strumento software: un buyer che capisce perché un criterio ESG è nel bando lo applica meglio di uno che lo esegue per obbligo. Le politiche di acquisto green più solide che si vedono in Italia, come quelle documentate da gruppi come Palladio Group, condividono questo tratto: obiettivi misurabili, scadenze chiare e un processo di revisione che non si ferma alla pubblicazione del documento.

Strumenti e criteri per qualificare i fornitori: questionari, rating, audit e dati Scope 3

Valutare un fornitore sulla carta è facile. Farlo con dati verificabili è il vero lavoro del procurement sostenibile, e richiede di combinare tre strumenti diversi, ognuno con pregi e limiti.

I questionari di autovalutazione (SAQ, Self-Assessment Questionnaire) sono il punto di partenza più economico: costano poco, si distribuiscono a centinaia di fornitori in parallelo e producono una prima mappatura del rischio. Il limite è evidente: un fornitore compila da solo le proprie risposte, e senza verifica esterna il dato resta un’auto dichiarazione.

I rating di terze parti, prodotti da piattaforme di valutazione ESG indipendenti, aggiungono un livello di attendibilità perché incrociano fonti pubbliche, documentazione e talvolta interviste dirette. Costano più dei questionari e non sempre coprono i fornitori più piccoli o locali, ma restano lo strumento più scalabile per una base fornitori ampia.

Gli audit on-site sono il livello più approfondito e più costoso: un valutatore visita lo stabilimento, verifica documenti originali, parla con i lavoratori. Sono giustificati solo per le categorie a rischio più alto o per i fornitori strategici, non per l’intera base fornitori.

Strumento Costo relativo Copertura Attendibilità del dato
Questionario SAQ Basso Ampia, adatta a centinaia di fornitori Autodichiarata, da verificare
Rating di terze parti Medio Ampia sui fornitori documentati pubblicamente Incrociata su fonti multiple
Audit on-site Alto Limitata ai fornitori prioritari Diretta e verificata sul campo

Le metriche da richiedere sistematicamente, indipendentemente dallo strumento, sono le emissioni Scope 1 e 2 dirette del fornitore, la percentuale di materiali riciclati o certificati nei prodotti forniti e le certificazioni di parte terza rilevanti per la categoria (ambientali o sociali). I dati Scope 3, quelli relativi alle emissioni indirette lungo l’intera catena a monte, restano i più difficili da ottenere: pochi fornitori italiani di piccole dimensioni li tracciano oggi, e chiederli come requisito obbligatorio immediato rischia di escludere fornitori validi che semplicemente non hanno ancora la struttura per calcolarli.

Il modo più efficace per inserire questi dati nel processo d’acquisto è pesarli nello scoring di gara, non come soglia di esclusione binaria, e prevedere clausole contrattuali che impegnino il fornitore a un piano di raccolta dati entro una scadenza definita, così che il primo contratto diventi anche il primo passo verso una tracciabilità migliore.

Coinvolgere i fornitori: formazione, incentivi e innovazione condivisa

Escludere un fornitore che non soddisfa i criteri ESG risolve il problema sulla carta, ma spesso lo trasferisce solo a un altro punto della filiera. Il modello che produce risultati più duraturi è il coinvolgimento diretto: aiutare il fornitore a migliorare, non solo giudicarlo.

I modelli pratici di capacity building più diffusi includono webinar formativi su come compilare correttamente le autovalutazioni ESG, sessioni di condivisione delle aspettative prima della firma del contratto e, per i fornitori strategici, incontri periodici dedicati alla revisione dei progressi. Implementare piani di miglioramento con KPI e scadenze consolidate è spesso più efficace, e meno dirompente per la continuità operativa, dell’esclusione immediata di un fornitore con performance ESG ancora insufficienti.

Un piano di miglioramento concreto specifica l’azione richiesta (ad esempio, ottenere una certificazione ambientale entro dodici mesi), il KPI che misura il progresso e la data di verifica intermedia. Senza questi tre elementi, un piano di miglioramento resta un’intenzione condivisa a voce durante una riunione.

Gli incentivi commerciali funzionano meglio delle sole sanzioni contrattuali. Tra i più usati:

  • Contratti pluriennali garantiti ai fornitori che raggiungono soglie ESG concordate, invece di gare annuali ripetute.
  • Priorità nell’assegnazione di nuovi volumi ai fornitori che dimostrano miglioramento continuo, non solo conformità statica.
  • Co-investimento in progetti di innovazione, ad esempio nella ricerca di materiali alternativi, condiviso tra azienda e fornitore.

Un consiglio: Non aspettare la scadenza del contratto per parlare di miglioramento ESG con un fornitore chiave. Una revisione a metà percorso, informale e collaborativa, costa poco e permette di correggere la rotta prima che il rinnovo diventi una trattativa sotto pressione.

L’innovazione condivisa è il beneficio meno citato e più sottovalutato di questo approccio: un fornitore che lavora a stretto contatto con il proprio cliente su obiettivi ESG spesso propone soluzioni, materiali riciclati nuovi, packaging più leggero, processi produttivi meno energivori, prima ancora che il buyer li richieda formalmente. Chi tratta il fornitore solo come un centro di costo perde questa fonte di idee.

Come Solution Group traduce la sostenibilità in forniture concrete

Un programma di acquisti sostenibili aziendali diventa credibile quando si può appoggiare su fornitori che hanno già attraversato lo stesso percorso di verifica che l’azienda sta chiedendo agli altri. Solution Group opera da oltre 40 anni nella personalizzazione di gadget promozionali e regali aziendali, e su questo fronte specifico offre elementi verificabili più che promesse generiche.

I punti concreti su cui un responsabile procurement può basare una valutazione fornitore includono:

  • Uso sistematico di materiali eco-compatibili nelle linee di prodotto personalizzabili.
  • Un significativo impegno ambientale è stato preso nel corso degli anni tramite iniziative di riforestazione.
  • Collabora con partner certificati lungo la filiera produttiva.
  • Fa parte di un network internazionale che permette di attingere a standard e best practice condivise.
  • Offre servizi di logistica integrati alla produzione.

Per un’azienda che deve documentare la propria filiera di fornitori promozionali in un audit ESG o in un questionario SAQ, questi elementi rappresentano risposte già pronte, non da costruire da zero.

Formare il team acquisti: la leva più sottovalutata

Nessun criterio ESG scritto in una policy produce effetto se il team che gestisce le gare quotidiane non lo capisce o lo percepisce come un ostacolo burocratico in più. La formazione interna del procurement è la leva più sottovalutata nei programmi di acquisti sostenibili aziendali, perché non richiede investimenti in tecnologia, solo tempo dedicato.

Le strategie che funzionano meglio partono da casi reali, non da teoria astratta: mostrare al team come un criterio LCC applicato a una gara passata avrebbe cambiato l’esito, o come un fornitore escluso per motivi ESG avrebbe potuto essere invece guidato verso un miglioramento, rende il principio tangibile molto più di una slide con la definizione di sostenibilità.

Quando il criterio ESG entra negli obiettivi individuali, entra automaticamente anche nelle decisioni quotidiane di gara.

Infine, la sensibilizzazione funziona meglio quando è continua, non concentrata in un corso annuale. Sessioni brevi e frequenti, dieci minuti a inizio riunione settimanale su un caso specifico, mantengono il tema vivo senza appesantire l’agenda del team.

Integrare gli acquisti sostenibili con la strategia ESG aziendale

Un programma di acquisti sostenibili scollegato dalla strategia ESG complessiva dell’azienda rischia di produrre dati che nessuno usa. Gli acquisti generano una parte rilevante delle emissioni Scope 3 di molte aziende, quelle indirette legate alla catena di fornitura, e questo dato deve alimentare direttamente il bilancio di sostenibilità aziendale, non restare confinato in un file separato del reparto procurement.

L’integrazione più efficace passa da una condivisione sistematica dei dati tra procurement, ufficio sostenibilità e finanza: i KPI sui fornitori (percentuale certificati, copertura Scope 1/2/3, punteggi ESG medi per categoria) devono confluire negli stessi dashboard usati per il reporting CSRD, non in un sistema parallelo.

Serve anche coerenza tra i criteri richiesti ai fornitori e quelli che l’azienda applica a se stessa: un’azienda che chiede certificazioni ambientali ai propri fornitori ma non ha una policy interna sui consumi energetici perde credibilità agli occhi dei fornitori stessi e dei clienti che verificano entrambi i livelli. L’insight più utile qui è che la sostenibilità deve diventare un sistema operativo integrato, dove i dati ESG alimentano le decisioni invece di essere un’azione isolata raccontata solo nel bilancio di sostenibilità pubblicato una volta l’anno.

Case study: chi ha già fatto funzionare il procurement sostenibile

Le esperienze documentate in Italia mostrano un tratto comune più della singola tattica adottata: la definizione di obiettivi misurabili collegati a scadenze reali. Palladio Group ha strutturato una politica di approvvigionamento sostenibile con target espliciti per categoria di spesa e un processo di revisione periodica documentato, invece di limitarsi a un principio generico di “preferenza per fornitori sostenibili”.

Sul fronte degli appalti pubblici, l’applicazione dei Criteri ambientali minimi documentata dall’Osservatorio Appalti Verdi 2024 mostra come stazioni appaltanti che hanno adottato i CAM in modo sistematico abbiano ottenuto razionalizzazione della spesa e un impatto territoriale misurabile, oltre ad un accesso più semplice a finanziamenti collegati a criteri ambientali.

Il tratto che unisce questi casi non è la dimensione dell’azienda o dell’ente, ma la disciplina nel misurare: senza un KPI verificabile e una data di revisione, anche la policy meglio scritta resta un documento d’intenti. Le organizzazioni che hanno ottenuto risultati concreti sono quelle che hanno accettato di partire da poche categorie prioritarie e di misurarne i progressi con costanza, piuttosto che tentare una trasformazione completa della base fornitori in un solo anno.

Le difficoltà più comuni e come superarle

La sfida più citata dai responsabili procurement non è la mancanza di criteri ESG da applicare, ma la scarsità di dati affidabili sui fornitori, soprattutto quelli di piccole dimensioni o operanti su più livelli della filiera. La soluzione pratica non è insistere subito su una copertura dati completa, ma accettare una raccolta progressiva: iniziare con le metriche essenziali sui fornitori Tier 1 e ampliare gradualmente verso i livelli più a monte della catena.

Una seconda difficoltà ricorrente è la resistenza interna dei buyer, che percepiscono i criteri ESG come un vincolo che allunga i tempi di gara e complica le trattative con fornitori storici. Qui la leva più efficace è la formazione basata su casi concreti, non l’imposizione dall’alto di nuove regole senza spiegazione.

La terza sfida è la proporzionalità dei criteri: applicare gli stessi requisiti rigidi a categorie di spesa marginale e a categorie critiche produce solo lavoro amministrativo senza beneficio reale. La segmentazione della spesa per impatto, descritta nella roadmap operativa, è lo strumento che risolve direttamente questo problema, perché permette di concentrare l’energia del team dove conta davvero.

Infine, molte aziende sottovalutano il tempo necessario per portare un fornitore incumbent ad adeguarsi a nuovi criteri. Un piano di miglioramento con scadenze realistiche, non un ultimatum immediato, evita contenziosi e mantiene la continuità di fornitura mentre il miglioramento procede.

Cosa aspettarsi dal quadro normativo nei prossimi anni

Il quadro normativo europeo sta spingendo gli acquisti sostenibili aziendali da pratica volontaria a obbligo di tracciabilità documentata. La CSRD amplia progressivamente il numero di aziende soggette a obbligo di reporting di sostenibilità, e chi rientra nel perimetro deve raccogliere dati affidabili sui propri fornitori per compilare correttamente il bilancio.

In parallelo, gli aggiornamenti periodici dei Criteri ambientali minimi continuano ad ampliare le categorie di spesa coperte, e le aziende private che oggi si allineano volontariamente a questi criteri partono in vantaggio rispetto a chi dovrà adeguarsi solo quando i requisiti diventeranno vincolanti anche nel proprio settore.

La direzione è chiara: la finestra per costruire un programma di acquisti sostenibili con calma, per tentativi ed errori, si sta restringendo. Le aziende che investono ora nella mappatura dei propri fornitori e nella raccolta dati Scope 1/2/3 arriveranno agli obblighi normativi futuri con un vantaggio informativo che i concorrenti in ritardo non avranno il tempo di recuperare.

Perché il procurement sostenibile fallisce più spesso per organizzazione che per budget

La convinzione più diffusa tra i responsabili acquisti è che servano budget importanti per avviare un programma di acquisti sostenibili aziendali. Non è quello che emerge dall’esperienza di chi lo ha già fatto. I programmi che funzionano partono quasi sempre in piccolo, su poche categorie ad alto impatto, e falliscono più spesso per mancanza di governance chiara che per mancanza di risorse economiche.

Il difetto più comune che vedo ripetersi è l’ordine sbagliato delle priorità: aziende che scrivono una policy elaborata prima ancora di sapere quali categorie di spesa pesano davvero sul proprio rischio ESG. Il risultato è un documento tecnicamente corretto che nessuno riesce ad applicare, perché i criteri non sono calibrati sulla realtà della propria base fornitori.

I programmi che durano sono quelli dove i dati sui fornitori alimentano direttamente le stesse metriche usate per il bilancio di sostenibilità, non un binario parallelo.

Chi parte oggi da una segmentazione onesta della propria spesa, anche imperfetta, arriva più lontano di chi aspetta la policy perfetta.

— Manuel

Come Solution Group ti aiuta a rendere operativi gli acquisti sostenibili

Tra le opzioni per tradurre una policy ESG in forniture concrete, molte aziende si affidano a fornitori generalisti che offrono materiali eco-compatibili solo su richiesta specifica, aumentando i tempi di verifica a ogni gara. Solution Group parte da un posizionamento diverso: la sostenibilità non è un’opzione da chiedere, è il criterio di base con cui produce gadget promozionali, abbigliamento personalizzato e kit aziendali, lavorando solo con partner certificati lungo tutta la filiera.

Solutiongroup

Questo significa che un responsabile procurement non deve verificare da zero le credenziali ambientali del fornitore a ogni ordine: la certificazione e la tracciabilità dei materiali fanno già parte del processo standard, sostenuto anche dall’appartenenza al network internazionale IGC Global Promotion e dai servizi di logistica responsabile integrati nella fornitura. Per un’azienda che deve documentare la propria filiera in un audit ESG, avere un fornitore di articoli promozionali già allineato ai criteri richiesti dagli standard descritti in questo articolo, dalla ISO 20400 ai CAM, riduce il lavoro di verifica invece di aggiungerlo.

Chi sta costruendo o aggiornando la propria politica di acquisti sostenibili può richiedere un preventivo su Solutiongroup per una fornitura specifica e verificare direttamente materiali, certificazioni e tempi di consegna prima di integrare il fornitore nel proprio programma.